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Silvia Chiodin, una regista per cambiare il nostro modo di vedere le cose

Silvia Chiodin, una regista per cambiare il nostro modo di vedere le cose

Piessepi per il 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione la violenza contro donne, ha scelto la voce di una stimata professionista della televisione.

«Spostando la camera, sposti completamente il punto di vista. Lho imparato facendo la regista, ma è un insegnamento valido anche nella vita». È questo il manifesto intellettuale di Silva Chiodin, nota autrice e regista televisiva. E se è vero che nella vita ci sono momenti in cui già siamo ciò che più tardi diventeremo, la capacità di Silvia di rovesciare il punto di vista si è manifestata in modo limpido quando era ancora una bambina. «Avevo solo sette anni e chiesi di parlare con il Vescovo che presiedeva la diocesi di cui faceva parte la mia parrocchia. Non trovavo giusto che fossero solo i maschi a fare i chierichetti. Perché noi bambine non potevamo?».

Piessepi ha scelto di intervistarla proprio oggi, nella giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, per capire da lei com’è stato per una donna lavorare in Italia in tutti questi anni. «È stato molto bello e gratificante. Non mi sono mai sentita discriminata o sottovalutata perché donna. Sono molto stimata e ho sempre fatto quello che volevo. Ma è vero, alcuni temi che sono considerati come un tabù, aleggiano nell’aria ma nessuno ne parla chiaramente. In Italia a occupare le posizionI lavorative di “decisione” nel settore in cui lavoro sono per la maggior parte uomini. E chi occupa questi posti non sempre ha la sensibilità di capire qual è il modo giusto di lavorare con una donna. Non si può e non è giusto generalizzare, ma succede ancora ci siano disparità di retribuzione a parità di ruolo e responsabilità».

Silvia ha il polso della situazione all’interno del mondo della comunicazione, un ambito trasversale in cui ha spaziato durante la sua lunga carriera arrivando a lavorare fianco a fianco con una leggenda come Mike Bongiorno. «Mi ripeteva sempre che sono stata l’unica autrice e regista donna che ha lavorato con lui. È sempre stato molto corretto nei miei confronti, – lui come gli altri -, posso ritenermi fortunata perché non mi sono mai sentita discriminata sul lavoro anche quando mi sono trovata a gestire intere troupe di soli uomini».

La ricchezza di chiacchiera con Silvia è tutta nella sua voce semplice e diretta che non ostenta gli anni di grande esperienza ma la fa risplendere sempre nell’ottica di farne un ragionamento più ampio. «Ho viaggiato molto come documentarista, essere una donna è stato un valore aggiunto: per quello che volevo raccontare e per il taglio che desideravo avessero le mie storie. I miei viaggi mi hanno fatto vivere in avanti, forse proiettata nel futuro». Spostare la camera non solo per cambiare punto di vista, ma ancora per vedere oltre un orizzonte. Il compito del regista non solo osservare, ma anche guardare oltre e immaginare qualcosa che si intravede solo. «Mia nipote studia a Berlino in una scuola che somiglia molto a quella della fortuna serie “Saranno Famosi”.

Lo scorso mese sarei dovuta andare in Germania per girare un videoclip ma la pandemia mi ha fermato. Per ovviare a questi problemi di spostamenti lei e le sue compagne hanno messo in piedi una Crew tutta femminile: regista, direttrice della fotografia, operatrice, solo ragazze. In Italia in una troupe spesso le uniche donne sono sarta, truccatrice e parrucchiere. Per loro invece è stato tutto naturale, sarebbe anzi stato strano il contrario. Questo è il futuro».

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